Mi fermo per un pò
non chiudo il blog
non potrei mai
è stata per me una grande ricchezza
ma anche trascurarlo non mi va
quindi lo ripongo con cura da una parte
spero di essere presto pronta a tornare
Vi saluto con una sciocchezza che non so come abbia fatto a tornarmi in mente, uno di quei piccoli ricordi che ritrovi senza cercare.
Anche se sospetto che dietro ad ogni cosa ci sia un perchè.
Un abbraccio

C’è stato un momento nella mia vita in cui ho seriamente pensato potessi essere in grado di scrivere.
Dopo un’infanzia infarcita di bucoliche poesie e un’adolescenza tormentata da foschi poemi, ci fu un lungo momento di vuoto assoluto, un vuoto pratico molto impegnato a vivere la vita del momento, un vuoto che è durato tanti anni.
Poi una sera, in un’intervista in tv, una perfetta sconosciuta, ma con un cognome decisamente familiare, irradiando una solarità contagiosa, spiegava sorridendo di come si fosse messa a scrivere a 40 anni.
Essendo io in quel momento abbondantemente al di sotto di quell’età, pensai “allora sono ancora in tempo, se mi do da fare potrei farlo anch’io.
Scioccamente avevo del tutto trascurato il fatto che lei fino a quel momento avesse fatto la giornalista e che quindi il mestiere di scrivere ce l’aveva già in mano, ma a me in quel momento mi sembrò un dato del tutto irrilevante.
Quella donna è Isabel Allende. Ho molto amato i suoi libri, specialmente i primi, una donna dalle forti passioni, dai tanti dolori, una donna di piena di coraggio e di vitalità.
Per caso ho riletto questo suo brano, una piccola cosa, forse anche banale, di una semplicità candida, ma quanto avrei voluto averla scritta io.
Non consiglio di fare il pane, può diventare una passione pericolosa. (…)
Come la poesia, il pane è una vocazione piuttosto malinconica che richiede principalmente tempo libero per l’anima. Il poeta e il panettiere sono fratelli nel fondamentale compito di nutrire l’umanità (…)
Ricordo la cucina di un convento di Bruxelles, quando fui testimone reverente della misteriosa copula tra il lievito, la farina e l’acqua. Una suora laica, con spalle da scaricatore di porto e amni delicate da ballerina, preparava il pane in stampi rotondi e rettangolari, li copriva con un telo bianco lavato e rilavato mille volte e li lasciava riposare vicino alla finestra, su un bancone di legno medievale. Mentre lavorava, all’altra estremità della cucina si verificava il semplice miracolo quotidiano della farina e della poesia, il contenuto degli stampi prendeva vita e un processo lento e sensuale si produceva sotto quei bianchi tovaglioli che, come lenzuola discrete, coprivano la nudità delle pagnotte. La pasta cruda si gonfiava in sospiri segreti, si muoveva soavemente, palpitava come un corpo di donna che di dà all’amore. L’odore acido della pasta in fermento si mescolava al respiro intenso e vigoroso dei pani appena sfornati. E io, seduta su una panchetta da penitente, in un angolo buio di quella grande stanza di pietra, immersa nel calore e nella fragranza di quell’evento misterioso, piangevo senza sapere perché….”
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quando l'insegnatne è una capra....
Le mie conoscenze di tedesco,purtroppo, non hanno soggiornato molto a lungo nel mio cervello; solo una sosta, forse durata qualche anno, ma solo in trattamento pernottamento e prima colazione, voglio dire che era prevedibile che non potesse diventare una permanenza stabile.
La colpa, di certo fu in gran parte mia o forse anche della lingua stessa, ostica e rigida, per sua stessa natura difficilmente addomesticabile, tende a dominare chi ne vuol fare uso, una lingua che richiede impegno e dedizione, accettazione e sottomissione a regole che possono spesso apparire snaturanti.
La prima cosa che imparai fu la fonetica, per cui mi risultò facilissimo leggere scorrevolmente senza però capire una parola di quello che leggevo.
Poi però ogni nozione nuova scivolava via come l’acqua sulla roccia o si seccava prematuramente come fiori lasciati senza acqua.
O forse fu colpa dell’insegnante che perse anche l’ultima briciola di fiducia di noi alunni quando ci confessò che in Germania lei non c’era mai stata, era stata in Austria, però...
Oppure quando ci confessò che all'università non studiava mai approfonditamente per un esame, se prendeva un buon voto almeno aveva risparmiato tempo altrimenti completava lo studio....
O forse sarà stato a causa di quei suoi teneri golfini di lanetta infeltrita, punteggiati dai pallini dell’ usura con l’immancabile segno di tortura delle mollette per i panni ben in vista sul davanti, proprio all’altezza dei capezzoli, cosa che lasciava spazio a noi ragazzi per prenderla in giro su particolari preferenze nelle pratiche sessuali oppure, più semplicemente, era segno di banale sciatteria casalinga.
Qualunque sia stato il motivo, di sicuro non c’è stata passione, non c’è stato trasporto, niente sentimento e alla fine non è rimasto che qualche parola isolata come cartacce sparse qua e là per la strada dopo il mercato.

SCUSATE L'ASSENZA
(MI SENTO QUASI IN COLPA)
CI SONO
MA LA PRIMAVERA IN RITARDO
HA SCOMBUSSOLATO I MIEI RITMI
(DO' LA COLPA ALLA PRIMAVERA...)

l'attesa . Laura Boggi
“E per quanto ti ho visto e per quanto ti ho sentito
Tu sei una giornata di riposo dove si comprano i giornali
E per quanto ti sento e per quanto ti vedo
Tu sei una gioia personale che scroscia all'improvviso
E quando arrivi te e quando ti avvicini
Mi si allargano le spalle e mi spuntano le ali”
All I wanted to be was a beautiful diver
All I wanted to be was a beautiful diver
Bound to believe there's nothing like being seen
In reveiling swimming tronks
Volevo essere un tuffatore
Con l'altezza sotto il naso ed il gonfio del costume
Volevo essere un tuffatore
Che si aggiusta e si prepara di bellezza non comune
E ora voglio essere un tuffatore
Per rinascere ogni volta dall'acqua all'aria
Voglio essere un tuffatore
Per rinascere ogni volta dall'acqua all'aria
Voglio essere un tuffatore
Per rinascere ogni volta dall'acqua all'aria
Voglio essere un tuffatore
Per rinascere ogni volta dall'acqua all'aria all'aria.
Flavio Giurato
(c'è sempre un perchè...)
Chissà perchè a volte
anche quando tutto sembra perfetto
mi assale un pensiero...

La falciatrice si inceppò, due volte.
Chinandomi, trovai
un riccio, schiacciato tra le lame.
L’avevo ucciso. Mentre se ne stava nell’erba alta.
L’avevo già visto, gli avevo dato da mangiare, una volta.
Ero entrato da distruttore nel suo mondo innocuo.
Non potevo rimediare. Seppellirlo non mi fu di alcun aiuto.
Quando mi svegliai il mattino dopo, il dolore era ancora lì, identico.
Il primo giorno dopo una morte, con la sua nuova assenza
è sempre la stessa sensazione.
Dovremmo avere cura
gli uni degli altri, e volerci bene
finché ne abbiamo ancora il tempo
(Phillip Larkin)
Vagando, un po’ assente, tra gli scaffali alla ricerca di un nuovo libro, senza uno stimolo e nessuna ispirazione, cercavo nessun libro in particolare, ma proprio uno di cui non avessi mai sentito parlare, un autore che non avessi mai letto, per essere libera da qualsiasi influenza, un incontro casuale con qualcosa di speciale però.
E come quando, in astinenza di amore e di attenzioni, uno si perde nel primo paio d’occhi che si incrociano, così anch’io mi sono lasciata incantare dal tramonto rossastro che ricopre la copertina di questo libro.
L’ ho preso in mano e, in una sorta di gioco di sguardi in un incontro al buio tra perfetti sconosciuti, mi sono lasciata sedurre senza reticenze prima dal colore ammaliante della copertina e poi, sfogliando le pagine a caso, dal luogo in cui la storia si svolge: quelle colline marchigiane dolci quanto aspre che immagino simili alle mie,al di là degli Appennini, doppiamente legata a questa terra da un filo tanto invisibile quanto potente.

E’ il primo libro di De Carlo che leggo.
Ho cominciato con diffidenza, all’inizio ero interessata solo all’ambientazione, poi verso la fine mi sono ammorbidita.
Ho letto recensioni negative di questo libro, non ho termini di paragoni, magari leggerò anche altro di questo scrittore, tanto per rendermi conto.
In fondo lo stimolo che mi ha spinto a leggerlo è stato un altro, non era la storia in sé o il suo protagionista, ma la possibilità che mi dava di vivere in certi luoghi.
Immaginando la terra si riesce un po’ ad immaginare chi ci vive.
... ma oggi il tempo è bello e poi sono di buon umore e poi chissenefrega!!
.
.
Tecnico PC: Buongiorno Assistenza PC, posso esserle utile?
Signora: Buongiorno, ho un problema con la posta elettronica di mio marito.
Tecnico PC: Mi dica….
Signora: Ho urgente bisogno di vedere se ho ricevuto una mail… ma non riesco adentrare nella casella postale… non so… adesso mio marito è fuori… io ne ho bisogno urgente….
Tecnico PC: Lei ha la password, signora?
Signora: Certo che ho la password!!
Tecnico PC: E’ sicura di digitarla bene?
Signora: Certo che la digito bene!!
Tecnico PC: Mi scusi.. ma a volte è l’errore più banale, è sicura di digitare correttamente sui tasti?
Signora: Ma certo…!! E’ una password semplicissima! Sono solo 5 asterischi!!
Tecnico PC: Click.

No, Facebook non mi piace. Già essere partita con dei dubbi era un segno, ma una volta arrivata lì ho capito subito che Facebook non faceva per me (e premetto che di virtualità ne ho vissuta eccome)
Amici conosciuti su Splinder mi hanno invitata ad andarli a trovare e volentieri l’ho fatto, ma mi sono imbattuta subito nel primo disagio quando ho capito che se volevo andare a trovare qualcuno su Facebook dovevo prendere una stanza in affitto, cioè dovevo iscrivermi anch’io. Non ho capito perché non potessi essere un visitatore libero di non essere residente, ma per il piacere della compagnia ho firmato il contratto di affitto.
Sono entrata, ho guardato le mie due stanzette spoglie, ho aperto le finestre, ho dato un'occhiata, avevo la possibilità di arredare un po’, dare un tocco personale ma chissà perché non sentivo ancora mio quello spazio, difatti andavo la mattina e me ne tornavo via la sera, non c’ho mai dormito, non mi sentivo a casa.
Ho incrociato anche altri amici della vita al di qua dello schermo ma anche questo non è bastato a farmi affezionare.
Sono rimasta perplessa: dietro a tante foto ammiccanti chi si cela? Abituata alla sobrietà di certi blog e prediligendo l’approccio riservato (leggi anche anonimo), sono rimasta impacciata davanti a tutta questa trasparenza (ma sarà davvero trasparenza?), davanti ai volti e ai nomi e cognomi, ma poi sono quelli veri? Leggo di furti di identità goliardici, ma altri anche spregevoli.
Durante la mia permanenza tento di informarmi, cos’è questa comune tanto affollata, milioni di persone, tutti sono su Facebook.
Leggo che è aperta la controversia sul fatto che le foto o quello che si scrive potrebbe essere di proprietà di Facebook e io, che sono abituata ad un posto libero, che metto tutta me stessa in piazza nel mio blog, mi spavento e mi ritiro come una tartaruga nel suo carapace.
Ho continuato a stare sulla soglia della porta affacciata sulle scale di questo enorme condominio a guardare il via vai infinito di persone, schiamazzi e risa esaltate, un’euforia gonfiata, una giovialità un pò fanatica, un esagerato baratto di sorrisi per un contatore di amicizie sempre in crescita.
Non si fa amicizia per affinità o per simpatia, no! prima devi dichiararti amico e poi verificare se lo puoi essere veramente. Perché per essere in contatto devo per forza classificarti come amico? va bene se ti ho conosciuto da qualche altra parte, se ci siamo frequentati precedentemente, ma se non ti conosco? Se non so niente di te come potrò mai incontrarti? Come posso iniziare ad apprezzarti ad avere il desiderio di conoscerti meglio oppure anche l’esatto contrario?
Forse sono troppo abituata a Splinder dove uno passa, legge, lascia un commento, torna oppure no, in piena libertà, senza disturbare.
Niente da fare. Sono rimasta lì un paio di settimane e poi ho chiuso tutto e riconsegnato le chiavi, con la rabbia di sapere che non ci si può cancellare definitivamente, che si rimane con il profilo perennemente congelato nelle loro mani e ancora di più stizzita dall’inquietante domanda finale del perché me ne vado.
Ammetto che non dato confidenza a nessuno e ho avuto tanti pregiudizi, può darsi infatti che sia colpa mia, ma ho sentito tanta solitudine pur in mezzo a un’ orda di persone.
Capita.